Smart-working e privacy: come conciliare le “nuove” priorità delle aziende.


Come ben noto a tutti, l’epidemia globale da Covid-19 ha rivoluzionato, tra le altre cose, il mondo del lavoro, sia pubblico che privato: secondo uno studio effettuato dalla CGIL e dalla Fondazione Di Vittorio in merito al fenomeno del c.d. “smart-working” o “lavoro agile” durante la pandemia da Coronavirus, ben 8 milioni gli italiani hanno prestato la propria attività lavorativa “da remoto”, a fronte delle 500 mila persone che utilizzavano tale modalità di lavoro prima della pandemia; un dato numerico che fa certamente riflettere in merito all’impatto di tale evento straordinario sulle abitudini di vita di noi tutti.

Ed infatti, a prescindere dagli specifici provvedimenti adottati dall’autorità governativa per continuare ad incentivare il ricorso allo smart working, quali, in ultimo, il D.L. n. 104/2020, c.d. “Decreto Agosto” (a tal proposito, si veda Circolare DeA – Covid 19 – Lavoro 8.9.2020), sempre dallo studio succitato è emerso che il 60% delle persone intervistate vorrebbe continuare a lavorare in modalità smart working anche una volta che l’emergenza sanitaria sarà finita.

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